La raccolta differenziata è una pratica diffusa in molti territori e praticata da sempre più persone. Eppure, anche i più esperti, possono trovarsi in difficoltà quando scartano una confezione o gettano un sacchetto. Può capitare infatti di trovarsi di fronte a termini simili come “biodegradabile” e “compostabile”. Simili ma diversi, perché non significano la stessa cosa.
E allora come ci si comporta in questi casi? Dove vanno buttati gli imballaggi dell’uno e dell’altro tipo? E, soprattutto, qual è la differenza?
In questo articolo facciamo chiarezza su cosa significa biodegradabile e cosa vuol dire compostabile, e come vanno gestiti i rifiuti delle due tipologie.
Cos’è un materiale biodegradabile
La biodegradazione è un processo che avviene comunemente in natura. Quando una materia organica (piante o animali) muore, i microrganismi presenti ovunque nell’ambiente la consumano, rilasciando anidride carbonica e acqua. Lo stesso vale per i materiali biodegradabili che si decompongono grazie all’azione combinata di funghi e batteri insieme alla luce solare e ad altri elementi fisici naturali (come l’ossigeno).
Il risultato di questa scomposizione sono elementi semplici che possono essere assorbiti dal terreno, come biossido di carbonio, biomassa e acqua.
La durata media della biodegradazione è di 6 mesi, ma molto dipende dal tipo di materiale e dalle condizioni ambientali in cui si trova il rifiuto. Amido e cellulosa, ad esempio, si decompongono prima rispetto al legno, mentre luoghi secchi e freddi determinano tempi più lunghi rispetto ad ambienti caldi e umidi.
Per via di questa grande variabilità, la biodegradabilità di un materiale è una caratteristica che non può essere certificata.


Cosa significa compostabile?
Il compostaggio è un procedimento che prevede la decomposizione biologica controllata. Il materiale organico viene sottoposto ad aerazione forzata a specifiche temperature e ad altri trattamenti per ottenere un prodotto simile all’humus, il compost appunto.
Il compost ha l’aspetto di un terriccio ed è ricco di sostanze nutrienti per il terreno e per questo viene spesso impiegato come fertilizzante naturale in agricoltura.
Nella norma UNI EN 13432, l’Unione Europea stabilisce i requisiti che definiscono un materiale compostabile, ovvero:
- deve degradarsi al 90% entro 6 mesi;
- se posto a contatto con materiali organici per un periodo di 3 mesi, il 90% della massa deve essere frammentata in residui di dimensioni inferiori a 2 millimetri;
- non deve avere effetti negativi sul compostaggio;
- deve avere una bassa concentrazione di metalli pesanti additivati;
- deve presentare valori di pH, contenuto salino, solidi volatili, azoto, fosforo, magnesio e potassio entro i limiti stabiliti.
In parole povere, dunque, un materiale compostabile è sicuramente biodegradabile ma un materiale biodegradabile non è necessariamente compostabile.
Differenze chiave tra biodegradabile e compostabile
Le differenze principali tra materiale compostabile e biodegradabile riguardano le modalità con cui i relativi processi si attivano e, di conseguenza, la loro possibile certificazione. Sono diversi infatti i marchi che attestano la compostabilità degli imballaggi (come Compostabile CIC rilasciato dal Consorzio Italiano dei compostatori o OK compost INDUSTRIAL e HOME di TÜV Austria). Come abbiamo già accennato, il materiale biodegradabile invece non può essere certificato.
Anche i risultato dei due tipi di degradazione sono diversi: compost in un caso, sostanze naturali nell’altro; e così il loro smaltimento.


Indicazioni per uno smaltimento corretto
Ora che sappiamo cosa significa biodegradabile e compostabile e in cosa differiscono, possiamo capire meglio anche come smaltirli. Che si tratti di materiali dell’uno o dell’altro tipo, infatti, è fondamentale non disperderli nell’ambiente, ma seguire sempre le indicazioni ufficiali.
Il packaging realizzato in materiale biodegradabile deve essere riposto insieme ai rifiuti secondo le istruzioni riportate in etichetta: non c’è, infatti, una regola unica valida per tutti e, il più delle volte, il riferimento alla biodegradabilità risponde a obiettivi di marketing.
Al contrario, imballaggi e materiali compostabili possono essere conferiti nell’umido, insieme agli altri residui organici (anche se è sempre meglio verificare le disposizioni del proprio Comune). Quindi, ad esempio, per il bidoncino dell’umido è necessario usare sacchetti compostabili – contrassegnati come tali sul singolo pezzo o sulla confezione – e non solo biodegradabili!
Impatto ambientale e scelte consapevoli
Ma quali sono gli imballaggi compostabili? I più comuni sono realizzati in carta, cellulosa o un misto, oppure ancora in bioplastiche. Particolarmente apprezzata per la sua leggerezza, resistenza e malleabilità, la plastica tradizionale è però fortemente inquinante e ha conseguenze nefaste per l’ambiente e le società umane. Ecco perché da diversi anni sono presenti sul mercato anche le bioplastiche, alternative ecologiche derivate da fonti rinnovabili. Ne sono un esempio: il Mater-bi, prodotto dall’italiana Novamont e ricavato dall’amido di mais; e il PLA, della NatureWorks Ingeo e ottenuto dalla trasformazione degli zuccheri del mais, della barbabietola, della canna da zucchero e da altri materiali naturali. Entrambi biodegradabili e compostabili, sono utilizzati per produrre sacchetti, posate, coppette e food packaging. Se smaltiti correttamente – nel compost domestico o industriale – garantiscono una perfetta ecocompatibilità e riducono così l’impatto dei rifiuti umani sull’ambiente.
Ora che sappiamo la differenza tra biodegradabile e compostabile, non ci resta che prestare maggiore attenzione quando acquistiamo i prodotti al supermercato o quando scegliamo che confezioni usare. Fare scelte consapevoli è il primo passo per contribuire alla sostenibilità delle nostre attività per il Pianeta e per le persone.



