Sovraffollamento, iperturismo o overtourism. Le definizioni sono tante, ma descrivono tutte la stessa cosa: troppi turisti rispetto alla capacità di accoglienza della destinazione. Un eccesso che può mettere a rischio l'integrità ambientale e l’autenticità dei luoghi, ma anche l’equilibrio sociale e le economie locali. Il fenomeno non è nuovo e riguarda mete anche molto diverse tra loro (città d’arte, località balneari, alpeggi e parchi naturali in Italia e nel mondo), ma negli ultimi anni è cresciuto rapidamente. In questo articolo, cerchiamo di capire meglio di cosa si tratta, da cosa è provocato e quali sono le misure possibili per gestirlo.
Che cos’è l’overtourism
La parola overtourism viene dall’inglese “over”, sovra, e “tourism”, turismo, e identifica una situazione di sovraffollamento turistico.
Spiagge stracolme, file lunghissime fuori dai musei, traffico perennemente congestionato e situazioni simili sono gli effetti più visibili dell’iperturismo, ma sono solo la punta dell’iceberg. Già negli anni Ottanta, il ricercatore Jost Krippendorff aveva coniato l’espressione “divoratore di paesaggi” riferita al turismo di massa, che provoca la distruzione del suo stesso bene primario. Che i flussi di visitatori siano un’importante fonte di introito, infatti, è innegabile, ed è uno dei motivi per cui contrastare questo fenomeno è complicato. Complicato ma non impossibile, soprattutto perché, a lungo andare, i lati negativi rischiano di superare di gran lunga i benefici.


Quali conseguenze può avere l’overtourism se non viene gestito bene
Come dice il proverbio, “il troppo stroppia”, e questo caso non fa eccezione. Così, anche un fenomeno apparentemente innocuo come il turismo se portato all’eccesso può trasformarsi in un’esperienza dannosa per il contesto che lo subisce, sotto diversi aspetti.
Aumento dell’inquinamento ambientale
Spostamenti e consumi in quantità elevata contribuiscono ad aumentare le emissioni nocive per l’ambiente e, di conseguenza, il surriscaldamento globale, all’origine della perdita di biodiversità ed ecosistemi fondamentali per il nostro Pianeta. Non solo: maggiori consumi significa anche più rifiuti e un uso eccessivo delle risorse naturali, con ricadute dirette sul territorio, che fatica a rigenerarsi in tempo.
Difficoltà per i residenti
Il sovraffollamento può generare problemi anche a livello sociale: i turisti infatti hanno bisogno di servizi e non sempre le mete sono preparate a fornirli nelle quantità e modalità adeguate. Questo riguarda anche e soprattutto gli alloggi: quando le strutture turistiche informali (come appartamenti e B&B) si moltiplicano, le soluzioni disponibili per i residenti si riducono e salgono di prezzo. Se non gestito, tutto questo rischia di favorire situazioni di disagio, con gli abitanti che preferiscono spostarsi dove il costo della vita è più sostenibile e i disservizi correlati alle presenze eccessive sono meno.
Foodification e offerta omologata
Negli ultimi quindici anni si è diffusa anche un’altra definizione correlata all’overtourism: la foodification o foodificazione. Si tratta della tendenza, sempre più comune, dei turisti di concentrarsi solo sull’esperienza gastronomica, trascurando tutto il resto. La risposta è un’offerta stereotipata, piegata alle aspettative dei viaggiatori e sempre più priva di autenticità: una condizione che causa cambiamenti profondi nei profili urbani. Qualità e tipicità vengono messe da parte e si incoraggia il consumo di massa, senza più tenere conto dei ritmi e delle tradizioni: tutto è omologato e sempre disponibile. Piccole botteghe e negozi di quartiere vengono sostituiti da ristoranti e catene, e i centri abitati perdono la loro identità.
Tensioni sociali
Tutto questo non passa inosservato presso le comunità che lo vivono, anzi. Come riportato dalla ricerca “Overtourism: impact and possible policy responses” del Parlamento Europeo (2018), le proteste contro l’iperturismo si sono susseguite numerose in diverse città del mondo, e sono nate vere e proprie organizzazioni con l’obiettivo di contrastare un fenomeno spesso percepito come incontrollato. Atteggiamenti sempre più inospitali e respingenti possono sfociare in vere e proprie tensioni sociali. Così, anche quello che all’inizio viene visto con favore (i turisti e l’afflusso economico che generano), dopo poco può tramutarsi in una ragione di scontento molto forte
Quali sono le cause dell’iperturismo?
Le cause dell’iperturismo sono molteplici e agiscono in maniera diversa a seconda della località in questione. In genere, però, questo fenomeno è imputabile ad alcuni fattori:
- una più diffusa mobilità: le compagnie aeree low cost hanno reso più accessibili gli spostamenti, con un numero crescente di persone che vanno in vacanza più spesso, anche se per periodi più brevi;
- la proliferazione di piattaforme di affitto breve, che offrono maggiori opportunità di alloggio, spesso a buon mercato;
- lo sviluppo economico di alcuni Paesi – come la Cina e l’India – che creano nuove classi di viaggiatori;
- l’influenza dei social network: spesso basta una foto sul profilo giusto per muovere migliaia di persone verso una certa meta.
A queste circostanze globali si possono aggiungere fattori particolari, come il miglioramento di strade e collegamenti o cambi di valuta particolarmente favorevoli.


L’overtourism in Italia: com’è la situazione da noi?
Anche l’Italia soffre per il troppo turismo, con alcune mete messe particolarmente sotto pressione. Lo dimostrano iniziative già intraprese da comuni fortemente esposti come Venezia, che già da qualche anno ha vietato il passaggio delle grandi navi da crociera in alcune zone centrali della città.
Ma lo conferma anche l’ultimo Indice Complessivo di Sovraffollamento Turistico (Icst), elaborato dall'Istituto Demoskopika, sulle località italiane più interessate dall’overtourism.
Anche per il 2025, si confermano in testa Rimini, Venezia, Bolzano, Livorno, Napoli, Trento e Verona, a cui si affiancano anche Milano, Roma e Trieste. Dieci province “con un livello di sovraffollamento turistico classificato come Molto Alto, con effetti crescenti sulla vivibilità dei territori, sulla resilienza dei sistemi locali e sulla sostenibilità complessiva delle destinazioni coinvolte”, come si legge nello studio.
Strategie per un turismo sostenibile
Dunque dobbiamo rinunciare ai turisti per evitare di danneggiare luoghi e comunità? No, ma è possibile attuare alcune strategie per rendere tutto più sostenibile, come ad esempio:
- limitare i flussi anche attraverso l’introduzione di quote massime di accesso o biglietti di ingresso nei periodi di maggiore affluenza, come già fatto dalla stessa Venezia;
- controllare e ridurre le licenze legate agli affitti brevi, in linea con quanto attuato da città come Barcellona (da tempo vittima dell’iperturismo) dove, salvo aggiornamenti, si prevede addirittura l’eliminazione di questa forma di ospitalità;
- promuovere mete alternative e meno note, per distribuire meglio le presenze alleggerendo la pressione su quelle più accorsate;
- educare i viaggiatori al rispetto delle località visitate, anche con campagne di sensibilizzazione e informazione mirate;
- valorizzare l’autenticità dei luoghi con proposte di turismo lento e rispettoso che metta al centro la qualità dell’esperienza, più che il consumo fine a sé stesso.
Non tutte queste soluzioni possono essere applicate sempre e in qualunque contesto e, alcune, hanno effetti più a lungo termine. Sono però spunti e direzioni possibili per cercare di arginare e contenere un fenomeno che, nelle sue forme più estreme, può rivelarsi molto controproducente.



