Professor Galiano, c’è bisogno di portare l’educazione alle relazioni nella scuola italiana?
«Assolutamente sì, visto quello che accade senza tregua: il numero di femminicidi va diminuendo negli anni, ma resta un’emergenza. Bisogna affrontare la gestione della rabbia e dei sentimenti, la capacità di verbalizzarli e di inquadrarli senza farsene dominare, in particolare nell’età più difficile, dai 12 fino ai 19 anni, che è quella in cui ce n’è più bisogno. Credetemi: i ragazzi hanno tantissima voglia di parlare di questi argomenti e quando possono farlo capiscono davvero che quello che si fa a scuola ha una ricaduta reale nella loro vita».
Come mai non si è ancora riusciti a farne una materia curricolare obbligatoria nel nostro Paese?
«Credo che il problema principale sia la resistenza da parte di una minoranza, però molto rumorosa, di famiglie che ritengono che questo tipo di attività non facciano parte del percorso scolastico. Le emozioni si trattano in famiglia... Ma è proprio la famiglia che manca spesso di strumenti adeguati. Allora, la scuola è l’ultimo avamposto della tua vita in cui puoi trovare quello che non hai potuto ricevere a casa, sia per la tua formazione culturale sia per quella emotiva. Purtroppo, però, questa minoranza rumorosa di famiglie funziona molto bene a livello di propaganda e una parte della politica la cavalca».
Da insegnante ha notato dei cambiamenti nei più giovani? Oggi sono più violenti, più problematici, o sono gli adulti ad essere più attenti a leggere il loro disagio?
«Credo che un cambiamento ci sia stato, sì, soprattutto a causa dei social media, che hanno introdotto tutta una serie di nuove dinamiche, quasi una nuova graml’intervista 23 8 marzo matica dei sentimenti, modificando il modo di relazionarsi con gli altri. Quindi praticamente tutto, per persone ancora in evoluzione. Ma, per quanto debbano affrontare una trasformazione difficile, spesso mi sembra che le giovani generazioni siano in realtà un po’ più avanti di noi adulti. La serie Tv Adolescence andrebbe vista obbligatoriamente da tutti i genitori e gli insegnanti: ti fa capire che alla fine l’assassino, il vero responsabile, è dentro casa, è ciò che vivi e impari a casa a generare il disagio e fare di te un violento. La vera educazione ai sentimenti andrebbe fatta agli adulti, prima che ai ragazzi».
Nelle prossime settimane con Coop parteciperà ad alcuni appuntamenti che parleranno di educazione alle relazioni agli adulti...
«Esattamente. Anche se abbiamo 40 o 50 anni non siamo esenti dal problema, non siamo salvi. Lo dico anche riguardo a me stesso ed è uno dei temi di cui parlerò in questi incontri: troppe volte nelle parole, nelle frasi, nei gesti mi accorgo di quanto effettivamente ci sia l’impronta del... cerco di evitare la parola “patriarcato” perché ho notato che la gente quando la sente arriccia il naso, viene percepita quasi come una forma di propaganda politica. Ma anch’io sento che è presente: parafrasando Giorgio Gaber, si potrebbe dire che non temo il patriarcato in sé, quanto il patriarcato in me».
In che modo allora pensa di affrontare l’argomento?
«Vorrei provare a smontare i preconcetti nascosti dietro alle parole e riflettere insieme a chi verrà: è facile puntare il dito contro il mostro, invece lo scopo di questi incontri è vedere quanto il mostro vive in mezzo a noi e dentro di noi. Sono un esperto di parole, cercherò di raccontare cosa c’è dietro a espressioni che diamo per scontate. Prendiamo l’esempio della povera Zoe, la ragazza uccisa a febbraio nell’Astigiano: molti giornali hanno scritto che è “morta per un rifiuto”, ma è un titolo falso e sbagliato. Zoe è morta perché ha incontrato un omicida, un ragazzo che non ha ricevuto un’educazione sufficiente o, se l’ha ricevuta, non è stata in grado di recepirla dal portatore di un retaggio che non considera il rifiuto come un diritto della donna, ma come un torto. Per cui io, uomo, posso disporre di te come voglio. È molto grave: se non ci accorgiamo che dentro queste frasi c’è il problema, siamo noi stessi parte del problema».
Quale contributo pensa che possano dare questi incontri pubblici per affrontare il problema della discriminazione e della violenza di genere?
«Penso che possano fare la differenza. Nei prossimi giorni incontrerò per un’iniziativa in teatro Gino Cecchettin e sarò felice di raccontargli che una ragazza che conosco è stata salvata dalla sua storia: era nella stessa spirale di violenza che ha finito per uccidere Giulia Cecchettin, ma è riuscita a liberarsi dal suo persecutore perché, grazie alla terribile vicenda di Giulia, ha capito cosa stava accadendo. Se questi incontri realizzati con Coop riuscissero a salvare anche una sola vita, a sensibilizzare qualcuno per evitare il peggio, per me sarebbe un grande traguardo».
